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Pochi personaggi immaginari della letteratura hanno avuto tanto successo quanto gli zombie.  I morti viventi che vagano per la terra pronti ad agguantarti e divorarti la carne sono ormai diventati un cult televisivo.
Ma è possibile che queste creature esistano veramente tra noi?
Gli zombie appartengono al mondo reale?  Scopriamolo insieme.

   

 

 

Il fenomeno dei morti viventi

L’interesse verso la morte, quel che c’è dopo e la resurrezione non è nuovo.  Si può dire che è vecchio quasi quanto l’uomo.
Sebbene i morti viventi moderni siano apparsi per la prima volta sul grande schermo attorno agli anni ’60 grazie al regista americano George A. Romero, la letteratura e le credenze popolari erano già piene di riferimenti diversi secoli prima.

Insomma, questa storia che si può risorgere dopo la morte è sempre piaciuta molto alle persone (come testimonia il gran successo della serie televisiva The Walking Dead, giusto per citare l’ultima arrivata).

Ovviamente la variante del “risorto-che-mangia-cervelli” è relativamente recente e l’abbiamo creata noi del mondo occidentale.

In passato, per “zombie” si intendeva semplicemente una persona privata di parte o di tutta la sua anima, riportata in vita, per essere assoggettata e utilizzata come schiavi da sacerdoti vudù temutissimi: i bokor.

 

 

La vera storia degli zombie

Esatto.  Il fenomeno dei morti viventi che siamo abituati a vedere in TV prende spunto da una storia vera.  Una storia oscura che si è consumata (e si consuma tutt’oggi) nelle zone più misteriose dell’isola di Haiti, un pezzo di terra circondato dal Mar dei Caraibi, vicino Cuba e il Messico.

Haiti

 

Ti racconto questa storia.

Nel 1937, Zora Hurston, una scrittrice e studiosa americana, si trovava in un villaggio della popolazione autoctona di Haiti per condurre delle ricerche.
Un giorno, fuori dal villaggio in cui risiedeva, s’imbattè per caso in una donna.
Questa donna apparve subito in difficoltà: aveva l’espressione stralunata e l’aspetto trasandato.

Portata dentro il confine, assistita e curata, si cercò di capire chi fosse quella strana figura, dal momento che non era in grado di riferirlo lei stessa.

A quel punto si decise chiedere agli abitanti locali, fin quando una famiglia la identificò come Felicia Felix-Mentor, una loro parente.

Problema risolto?  No, tutt’altro!
Il problema c’era ancora, e aveva due gambe su cui si reggeva.

Felicia Felix-Mentor non doveva proprio vagare fuori le mura di quel villaggio, dal momento che era stata seppellita trent’anni prima, all’età di 29 anni.

 

 

Gli stregoni bokor

Zora Hurston decise di indagare sullo strano caso, fino a quando non si imbatté in quelle che erano solo delle strani voci che giravano ad Haiti.
Queste voci – dicerie – affermavano che da qualche parte sull’Isola ci fossero dei malvagi stregoni vudù, chiamati bokor, i quali utilizzavano oscure magie per riportare in vita i defunti, trasformando i loro corpi in gusci vuoti senza volontà per usarli come schiavi.

Zora scrisse dei report al riguardo, ma nessuno si degnò di leggerli.

Quasi mezzo secolo dopo, l’etnobotanico Wade Davis riprese le informazioni della Hurston e decise di approfondire la questione, trovando una (mezza) conferma.
Nel suo libro “The serpent and the rainbow“, pubblicato nel 1985, descrisse la sua spedizione ad Haiti e la scoperta di una potente polvere che, una volta entrata nella circolazione sanguigna attraverso una ferita, fosse in grado di trasformare in zombie una persona vivente.

 

 

Il veleno usato per “zombificare” le vittime

Secondo un articolo pubblicato dallo stesso Davis sulla rivista Journal of Ethnopharmacoiogy, la miscela sarebbe a base di Tetrodotossina, il veleno estratto dalle ghiandole del pesce palla che infesta le acque dell’Isola.

Questo veleno viene mescolato con delle sostanze irritanti (creando appunto una polvere) che causa un forte prurito, il quale spinge la persona a grattarsi.
Le piccole lesioni che creano le unghie fanno entrare la sostanza nel circolo sanguigno, facendo sprofondare la vittima in uno stato di sonnolenza talmente profonda che tutti credono che sia morta.

Dal momento che ad Haiti i morti vanno seppelliti subito per questioni igieniche (e per il clima torrido), capita spesso che i funerali si svolgano il giorno stesso del decesso.

A quanto pare i bokor  dopo il funerale, tirerebbero su il finto morto dalla terra, facendolo “svegliare” con un altro allucinogeno.
A causa di questo processo, la vittima perderebbe la capacità di parlare, la memoria e la volontà, rendendola facilmente manipolabile dallo stregone.
Uno schiavo che nessuno andrà mai a reclamare, in quanto ritenuto defunto dalla società civile.  Un affare, praticamente.

 

 

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Tutta questione di controllo mentale

Successivi studi hanno in parte smentito le affermazioni di Davis, ma le sue opere hanno evidenziato un fenomeno che avveniva sull’Isola: delle tombe venivano profanate e in città appariva gente che doveva restare sotto terra.

   

Se non si tratta di poteri magici vudù (e ci mancherebbe!), ma al massimo di una gran truffa sfruttando sostanze tossiche, come è possibile che queste persone “resuscitate” non mandino a quel paese lo stregone-carceriere?
Come mai non fuggono e si comportano veramente come degli zombie?
Semplice: controllo mentale.

 

 

Il mistero lo risolve il dottor Charlier

Philippe Charlier è uno scienziato forense.  In pratica utilizza tecniche e metodologie scientifiche per risolvere questioni di carattere giudiziario.

Il dottor Philippe Charlier. @ David Abiker

Il dottor Philippe Charlier. @ David Abiker

 

Charlier è una sorta di celebrità nel suo settore.  Recentemente ha pubblicato un articolo sulla prestigiosa rivista Nature in cui dimostra che le reliquie di Giovanna d’Arco sono in realtà false: si tratterebbero di resti di una mummia… e del suo gatto.

Insomma, è uno che col mistero ci va a pranzo.

Interessato dalla vicenda degli zombie di Haiti, ha deciso di immergersi in quella affascinante isola.

 

 

Charlier e gli zombie di Haiti

In un’intervista rilasciata alla rivista Motherboard ha rivelato:

«Il primo zombie che ho incontrato si trovava in un ospedale psichiatrico.  Si chiamava Adeline, una donna di quarant’anni piuttosto trasandata, con lo sguardo spiritato e grosse difficoltà a tenerlo fisso su un punto.
Disegnava in modo compulsivo su tutte le pareti dell’ospedale psichiatrico dei simboli voodoo, chiamati “vevés”.»

Era convinta di essere morta.

«Disse di aver vissuto il proprio funerale, poi è stata zombificata.
Dopo diverse ore o giorni interi, è stata tirata fuori dal suolo da un bokor, un mago vudù, che poi l’ha sfruttata per lavorare come governante presso una famiglia.
Ovviamente non è morta per davvero.  È stata indotta in uno stato di morte apparente grazie a delle sostanze tossiche, dichiarata morta, sepolta e poi liberata qualche ora più tardi da qualcuno.»

Come farebbero i carcerieri a far credere alle loro vittime di essere morte e che l’unica cosa che devono fare è servirli in eterno?
La risposta è: somministrandogli continuamente sostanze tossiche che alterano il funzionamento del loro cervello e utilizzando tecniche di controllo mentale.

Chi opera in tal modo, attua una specie di plagio, crea danni che hanno effetti sia a livello psichico che fisico, danni che possono essere anche molto gravi, a volte, molto più gravi della violenza fisica.

Il problema è che le continue intossicazioni che i bokor causano ai loro zombie-schiavi amplifica tutto ciò, rendendo queste tecniche ancora più potenti.  Senza contare che la continua esposizione a questi intrugli danneggia seriamente il sistema nervoso.
Se in una situazione normale la vittima avrebbe qualche piccola possibilità di rompere il controllo mentale (pensiamo ai casi di manipolazione che avvengono nelle coppie malate), per uno sventurato haitiano sembrerebbe volerci molto di più.

 

 

Fortunatamente, la zombificazione non è permanente

Non sempre questo piano malvagio funziona.  Spesso le vittime si riprendono e scappano dai loro aguzzini.

Una donna “zombificata” fu intervistata da Charlier dopo essere fuggita dalla dimora in cui era costretta a lavorare.
Lo shock causato dal terremoto di Haiti nel 2010 la fece tornare in sé e colse l’occasione del caos generatosi per fuggire dalla casa.  E meno male, considerando che pochi minuti dopo sarebbe stata buttata giù dalle scosse!

Quando succede questo, gli zombie si ritrovano a vagare fuori le città o i villaggi, in cerca di aiuto, storditi e incapaci di ricordare esattamente cosa gli sia successo.

 

 

Conclusioni

In questo articolo abbiamo scoperto che il concetto originario di zombie è ben diverso da quello a cui siamo abituati noi.

Abbiamo anche scoperto che da qualche parte nel mondo c’è qualcuno che si diverte a “riesumare” dei cadaveri.
Ovviamente riesumare è un parolone.  Abbiamo visto che si tratta di un’ingegnosa e terribile truffa, un rapimento che sfrutta sostanze chimiche per danneggiare il sistema nervoso delle vittime e l’utilizzo di tecniche di controllo mentale per tenerle incatenate a sé.

Chi subisce il triste destino di essere “zombificato” molto probabilmente si ritroverà a lavorare in piantagioni delle zone rurali dell’Isola (ancora poco evolute), ben nascoste dagli occhi indiscreti.
Fortunatamente ci sono associazioni e avvocati che stanno combattendo questa macabra tratta di schiavi (perché alla fine si tratta di questo), chiedendo al Parlamento haitiano pene più severe per questi pseudo stregoni.

 

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Qui da Carlo Balestriere è tutto, ci vediamo al prossimo articolo su Psicologia Applicata

 

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Articoli consigliati: “Breadcrumbing: La Tecnica Preferita Dai Manipolatori
Lettura consigliata (per gli appassionati del genere letterario): “Diario di un sopravvissuto agli zombie” di J.L. Bourne.
Puoi leggere un estratto del libro a questo indirizzo.

Diario di un sopravvissuto agli zombie di J L Bourne

 

Fondatore di Psicologia Applicata. Mi interesso di Psicologia, persuasione, tecnologia e di cucina giapponese che ha rovinato le mie finanze. Il mio obiettivo è diffondere conoscenza, arricchire le persone ed estrarre il meglio da loro. Il mio mantra è: "La conoscenza è potere."

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